Ecco perchè è speciale il cervello di un campione.

diversi anni fà un noto allenatore della nazionale danese di orienteering ebbe a scrivere che tutto è nella mente… ora è arrivata una ricerca a confermarlo!

La ricerca:

Non solo muscoli. Gli studi neurologici provano che la testa è il vero motore dei successi sportivi. Durante la gara la corteccia motoria è sfruttata al massimo. E questo rende unico l’atleta

di ELENA DUSI

LA VITTORIA è uno stato di grazia. E se i muscoli sono i suoi remi, il timone è nel cervello. Non avrebbe infatti vinto 48 partite sulle 49 giocate quest’anno (di cui 41 di fila) il tennista Novak Djokovic senza una testa ben al di sopra di gambe e braccio. Il segno di un campione è infatti una fluidità di movimento che sfocia nell’eleganza, una capacità di anticipare le mosse dell’avversario che sa di profezia, una tranquillità che sembra spensieratezza. E ognuna di queste caratteristiche, dimostrano ora gli studi neurologici, nasce da un preciso tratto del cervello. Che la testa di un campione sia diversa da quella di una persona normale non è solo una banale intuizione. Oggi è anche un dato osservabile con la risonanza magnetica. Questo strumento dimostra che il cervello vincente è paradossalmente poco impegnato. Quando il neurologo dell’università di Chicago John Milton ha messo una accanto all’altra le risonanze magnetiche di un golfista dilettante e di un professionista, ha notato che le aree attive del cervello del primo erano molto più estese. Il giocatore esperto, nei secondi che precedono il colpo, sfrutta al massimo la corteccia motoria in cui tutto il repertorio dei colpi di un campione è conservato per essere ripescato al momento opportuno. Il golfista professionista di Milton non ha tracce di attivazione dell’amigdala o del sistema limbico (aree legate a timore ed emotività) come accade nell’amatore. “Il cervello di un giocatore esperto, di un ballerino o di un musicista è freddo, concentrato e non ammette intrusioni” scrive Milton. Non deve pensare al gesto atletico, che grazie alla pratica è diventato automatico e parte della sua stessa natura. Ma si focalizza sulle fasi di gioco, e non perde un attimo d’occhio l’avversario.

L’occhio di un campione d’altra parte non è meno speciale del suo cervello. Una ricerca dell’università della Florida pubblicata nel 2007 sul Journal of sport psychology ha dimostrato che le pupille di una persona normale si muovono ogni 150-600 millisecondi, mentre gli sportivi vincenti riescono a incollare lo sguardo alla palla o all’avversario fino a 1.500 millisecondi di seguito. Nelle vene invece scorre la sete di vittoria, principalmente sotto forma di testosterone. Il cosiddetto “ormone dell’aggressività” è associato alla mascolinità, ma i suoi livelli aumentano prima di una gara anche nelle atlete donne, e si mantengono elevati dopo una vittoria per sgonfiarsi invece in caso di sconfitta. Una ricerca presentata al Congresso internazionale di neuroendocrinologia a Pittsburgh nel 2006 ha rivelato che il testosterone aumenta di più quando si gioca in casa. La causa non sarebbe il tifo del pubblico, ma più probabilmente l’istinto di difendere il territorio che scatta nei giocatori.

Non sono dunque soli i muscoli, ma questo mix di fattori a fare di uno sportivo un campione. E a spiegare l’affermazione che lo psicologo americano Timothy Gallwey ha affidato all’ultimo numero di Newsweek sulla “Scienza del successo”: “Ci sono molti giocatori con il talento da numero uno. Ma solo uno diventa il migliore”. E quando un colpo o un gesto o uno scatto escono dal corpo del campione con il massimo dell’eleganza e dell’efficienza, allora i cervelli dello sportivo e del suo pubblico reagiscono all’unisono con un getto di dopamina, l’ormone della perfetta soddisfazione.

(13 luglio 2011)

da La Republica.it

 

rp

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